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Star Trek Discovery: il punto fin qui

Attenzione: alto contenuto spoiler!

Dopo nove episodi si chiude la prima metà stagione, che verrà ripresa dopo una pausa bimestrale a gennaio. È quindi arrivato il momento di fare un primo bilancio di questa nuova incarnazione di Star Trek, dopo una prima impressione che potete trovare qui.

Star Trek ci ha abituati a degli esordi poco d’impatto, spesso lenti e dalle storie poco convincenti, ma la loro funzione era chiara: presentare i personaggi, la storia e l’ambientazione: compiti difficili in ambito fantascientifico e un po’ ingrati, ma che andavano fatti.
Generalmente autoconclusivi, i pilot à la ST mettevano i personaggi principali di fronte a sfide che venivano risolte nell’arco di una puntata (o al massimo due).
In Discovery le cose sono diverse. Il pilot si rivela essere più un prologo: la nave che dà il nome alla serie non si vede nemmeno di striscio; ci vorrà un po’ per arrivarci.
In modo inedito per ST, qui vengono delineate le premesse, gettati i semi di un conflitto e sviscerati altri problemi che dopo nove episodi non sono ancora stati in gran parte risolti
Tutto questo rientra in una struttura narrativa tipica del nostro tempo. È il 2017, non siamo più negli anni ‘90 (e meno che mai ‘60…), ormai siamo abituati a una struttura del racconto su piccolo schermo molto diversa; con ampi archi narrativi che si dipanano lungo un’intera stagione. Star Trek deve necessariamente rispondere a una sensibilità contemporanea. 
Come accadde già negli anni ‘80 e ‘90, quando si dovette abbandonare la struttura dell’epoca di Roddenberry in favore di una sceneggiatura dove in una puntata trovavano posto due o più archi che si risolvevano rapidamente.
In TNG si comincia a far evolvere lentamente i personaggi, ma difficilmente quello che vediamo accadere a qualcuno di loro ha conseguenze sostanziali sulla storia. (ad esempio In TNG, Data ha una figlia, che muore quasi immediatamente, e successivamente non se ne sente quasi più parlare).
Con Deep Space Nine e Voyager si iniziano ad integrare nell’intreccio storie più lunghe, che occupano diverse stagioni, con un impatto maggiore sulle interazioni tra personaggi.
Enterprise ne è stata una naturale evoluzione, con gli archi della guerra fredda temporale, i sulibani e gli xindi, ma con poco coraggio, cercando di mantenere entrambe le strutture con risultati poco riusciti.
Ed eccoci ad oggi, con Discovery che ha adottato una struttura ad ampissimo raggio, su cui questa volta si incastrano le singole vicende dei personaggi, quasi in secondo piano.



Anche la caratterizzazione dei personaggi si è visibilmente evoluta, rivolgendo un’attenzione particolare all’inclusività: è la prima volta che nel franchise una coppia omosessuale occupa uno spazio importante. Lo fa in modo semplice, senza calcare la mano, mostrando una normalità e non una forzatura per il politically correct.
Il personaggio di Michael Burnaham è quello di una donna decisa, pronta all’azione, convinta di avere le proprie emozioni sotto controllo e di agire secondo la logica vulcaniana, ma con una punta di ingenuità. Un personaggio complesso e dalle molteplici sfaccettature.
Il capitano Georgiou, per quanto poco spazio abbia occupato, ha subito conquistato un posto nel mio cuore, come leader capace, deciso ma non disposto a cedere a decisioni impulsive e con l’etica della Federazione come chiaro riferimento nel momento in cui si trova a discutere con il proprio primo ufficiale.
La discussione tra Burnham e Georgiou mi è piaciuta molto, perché in quel momento salta fuori uno dei miei personali elementi preferiti dell’universo di Star Trek: non esiste una risposta univoca e universalmente corretta. Una decisione dovrebbe essere il prodotto di un ragionamento, ma si devono considerare plurimi punti di vista, e a ogni azione corrisponde una reazione non necessariamente prevedibile quando è coinvolto l’elemento umano (o alieno).
Il rapporto tra le due è molto ben costruito (mentore – pupilla, o anzi, madre – figlia), e con queste premesse, gli sceneggiatori passano il test di Bechdel facilmente. 

Ma veniamo ai dilemmi etici. È possibile individuarne lungo questa prima metà stagione?
Secondo me, sì.

I due casi più espliciti sono: se sia legittimo sfruttare un essere vivente (senziente o meno) per i propri scopi, e di conseguenza dove sia legittimo delineare un confine etico in tempo di guerra; ma anche se sia giusto ritirarsi in luogo tranquillo mentre l’universo sta per implodere, aspettando e godendosi la tranquillità, finché non saranno i problemi a venire a cercarci (come Saru vorrebbe fare).  Star Trek (e la fantascienza in generale) racconta di mondi lontani per parlare di noi, e quello che cerca di fare Saru nell’ultimo episodio, rappresenta una nostra grande tentazione: ma oggi è diventato impossibile pensare di rimanere seduti a guardare in disparte, isolandosi dai problemi globali rintanandosi in un angolo tranquillo, in un mondo ormai profondamente interconnesso.
I problemi di un territorio lontano sono diventati i nostri problemi, e chi ha la possibilità alleviare una situazione di crisi dovrebbe farlo.
Interessante inoltre vedere come venga presentato il tardigrade all’inizio: un mostro terrificante, orribile, pronto ad uccidere. E poi tutto questo cambia gradualmente, seguendo il progresso di Michael che man mano comprende, gettando una luce molto diversa sull’essere alieno.
Insomma, di spunti interessanti ce ne sono, di certo molto materiale nuovo da masticare. Poi è chiaro che non tutti saranno disposti a digerirlo, nostalgici o meno.


Un altro punto spinoso è il restyling dei klingon, che abbiamo già marginalmente trattato e che non toccherò di nuovo qui.
Quello che mi interessa sottolineare è come questi klingon, rivolti alla ricerca di unità culturale e politica, vogliano isolarsi e ritornare al passato semi mitico e grandioso dell’impero, sotto l’insegna di una religiosità fanatica e una purezza e superiorità razziale nei confronti di tutte le altre.
Insomma, sembrano un misto tra una forma di fondamentalismo religioso (ISIS) e certe tendenze politiche occidentali di oggi.
La Federazione, simbolo del multiculturalismo che i klingon disprezzano profondamente, non può che essere percepita come una minaccia. 

Resta da capire se qualcuno di loro sia invece stato disposto a sacrificare la propria identità per infiltrarsi tra le fila della detestata Federazione. Mi sto naturalmente riferendo ad Ash Tyler, sulla cui ambiguità gli sceneggiatori stanno giocando tantissimo.

Personalmente però, sento la mancanza della figura di un capitano rassicurante, come lo era stato Picard e come sarebbe potuta essere Georgiou (cattivi sceneggiatori, cattivi); ci ritroviamo invece con un capitano da guerra, manipolatore e pronto a tutto.  Un po’ come Archer in certi momenti.

Insomma Discovery si colloca a pieno diritto nella tradizione, rimanendo fiduciosi che spiegheranno molte delle domande e apparenti infrazioni al canone (I klingon sono cambiati più volte, c’entreranno in qualche modo con quelli geneticamente modificati di Enterprise? Si sono tagliati i capelli per distaccarsi dai klingon impuri umanizzati? Boh! E il motore a spore che non si è mai visto prima?), ma sarebbe da ingenui e sinceramente, anche parecchio noioso, se non ci fossero novità. L'importante è che queste novità siano coerenti e ben integrate nell'universo di Star Trek, speriamo solo che lo facciano bene.

Ah dimenticavo, se i kelpien riescono a raggiungere gli 80km orari inseguiti da un predatore, sono fortissimi, in grado di stritolare un comunicatore a mani nude, che razza di predatori terrificanti hanno sul loro pianeta natale?! Io vorrei vederli.

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