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Big Mouth, tra desiderio mostruoso e disagio della civiltà

L'analisi della nuova controversa serie animata di Netflix

Persistono, nella cultura occidentale, alcuni tabù capaci di farsi strada silenziosamente nei secoli, sopravvivendo a guerra e cambiamento. Così, nonostante siano passati cento e passa anni da quell'atto così scandaloso con il quale Freud osò mettere in discussione il ben radicato mito dell'infanzia sessualmente angelica, ancora oggi trattare simili tematiche, soprattutto rivolgendosi al grande pubblico, si configura come un'audace scommessa. Una scommessa che – e l'indice di gradimento del 100% sulla piattaforma Rotten Tomatoes ne è fermo testimone – Big Mouth è stato capace di vincere pienamente. 

La serie animata, prodotta da Titmouse e distribuita da Netflix, si spinge dunque a rappresentare, attraverso uno spinto grafismo che sfrutta al meglio le surreali potenzialità del mezzo animato, il tormentato passaggio dalla fanciullezza alla pubertà, tematizzandone, naturalmente, uno degli aspetti più incisivi e delicati: la scoperta e la definizione di una sfera sessuale che, per i giovanissimi protagonisti, costituisce un terreno ignoto e ricco di tentazioni e pericoli. Le uniche guide di Nick, Andrew e dei loro amici in questo viaggio saranno Maurice e Connie, i "Mostri degli ormoni", intenzionati sì a introdurre i propri "clienti" al mondo del sesso, ma, soprattutto, a farli immergere il più possibile in una dimensione di libidine senza freni


Con Freud...

Proprio soffermandoci su questa sregolata promisquità, possiamo delineare la peculiare concezione sessuale che domina il mondo di Big Mouth. Prima abbiamo fatto riferimento a uno degli illustri padri della psicoanalisi, Sigmund Freud, noto e notoriamente criticato per quell'impostazione, definita come pansessualismo, secondo cui la sessualità stessa costituirebbe il baricentro comportamentale umano: nulla di più adeguato per descrivere i tratti generali di quest'odissea erotica, che vede la vita degli inermi protagonisti monopolizzata da pulsioni, simbolizzate dalle pressanti figure dei due mostri degli ormoni, capaci di controllare fisicamente e caratterialmente i ragazzi, piegandone la volontà e costringendoli a compiere atti da loro stessi considerati riprovevoli. 

In effetti, la scelta di far "incarnare" i grandi cambiamenti caratteriali della pubertà nelle figure di Maurice e Connie crea un senso di forte distacco tra i protagonisti e le loro azioni più perverse, gettando uno sguardo particolarmente lucido su queste dinamiche, altrimenti impalpabili nella confusa esperienza della pubertà.


...e con Lacan

Freud, dunque, ma non solo. Un grande assente, in questo contesto, è forse il più topico dei temi diricerca freudiani: il Complesso di Edipo. L'azione dei genitori si staglia sempre sullo sfondo, oscillando tra i poli, egualmente statici, di una sessualità quasi spenta o eccessivamente voluttuosa. Il padre e la madre non si presentano mai come vere e proprie guide, non sembrano capaci di indirizzare in alcun modo i propri figli, che vivono uno stato di estrema ambiguità e incertezza. Quasi inconcepibile da un punto vista freudiano, questo vuoto assume caratteristiche interessanti se osservato attraverso gli schemi interpretativi di Jacques Lacan. La critica di Lacan al complesso di Edipo è semplice ma intensa: il desiderio del bambino è una struttura vuota che si riempie alla luce di un'indicazione. Il bambino impara a rivolgersi alla madre perché, nella contingenza occidentale, è ad essa che lo indirizza la figura paterna, ma il desiderio nasce privo di un oggetto. Big Mouth appare dunque come un grande laboratorio artificiale che permette di elaborare la surreale situazione in cui l'orientamento "dall'alto" viene quasi totalmente a mancare, e con esso scompare ogni definizione "limitativa" del desiderio.

Il disagio della civiltà

La visione stessa di Big Mouth, per concludere, risveglia vividamente quel disagio della civiltà di freudiana memoria che coglie tanto i caricaturali protagonisti quanto gli stessi spettatori, posti davanti a uno spettacolo che filtra con la lente dell'ironia e dell'enfasi grottesca momenti di un'inquietante quotidianità che, nonostante facciano parte dello sviluppo psicofisico di ognuno di noi, vengono emarginati, rimossi e finanche stigmatizzati per rispondere alle esigenze di una civiltà il cui rapporto con la sessualità, a dispetto di ogni presunta emancipazione, si presenta ancora poco sereno, se non maniacalmente repulsivo


E tuttavia, forse, una così decisa presa d'atto degli orrori psicologici, delle (letterali) mostruosità cui va incontro un adolescente immerso in un ambiente privo di un sano rapporto con la sessualità è un sintomo di un cambiamento in positivo, del fatto che quel sogno di una civiltà non dominata dal rossore delle guance e dalla vergogna, che l'antropologo Bronisław Malinowski pensava di aver visto realizzato tra gli abitanti delle isole Trobriand, non è così lontano, o almeno un passo più vicino. 

Testi di Mario A. Vella (Ecce Ovo)

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