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Non Stancarti Di Andare: Intervista agli autori

Intervista a Teresa Radice e Stefano Turconi in vista dell'uscita del loro nuovo romanzo a fumetti

Siamo stati ospiti per una merenda/intervista alla casa senza nord dimora di Teresa Radice e Stefano Turconi. Oramai grandi amici di Orgoglio Nerd i due autori ci hanno accolto con grande affetto e abbiamo passato parecchio tempo a chiacchierare di tante cose tra cui il vero obiettivo di questa visita: qualche anticipazione sul loro nuovo lavoro.
Dopo il successo de "il porto proibito" (QUI trovate l'intervista con gli autori e QUI la recensione del libro), i due autori pubblicheranno a novembre 2017  "Non Stancarti Di Andare" edito da Bao.
Ecco un estratto della chiacchierata che abbiamo fatto.

ON: Come mai il titolo?

Teresa: aveva dentro due cose: “non stancarti” e “andare
Andare: tutte le nostre storie nascono dai viaggi, questa ha preso spunto da un viaggio di quasi dieci anni fa. 
Non stancarti, ti dà l’idea che tutte le cose non vanno sempre lisce, ma nonostante gli ostacoli vai avanti lo stesso. C’erano queste due cose nel titolo. Poi abbiamo scoperto che è anche il titolo di un libricino di preghiere, lo abbiamo scoperto solo dopo averlo scelto.

ON : Un anticipo della storia?

Teresa: Ci sono tante trame che si intrecciano: La storia principale è di due ragazzi, sotto i quaranta e sopra i trenta: lei è italiana, però ha una storia di famiglia che viene da mezzo mondo, e lui è siriano. 
Il libro inizia con loro due che si salutano, nel 2013, prima di una partenza di lui per la Siria: deve andare a sistemare un po’ di cose perché si trasferirà in Italia a vivere con lei, farà il professore, è appassionato di cultura e calligrafia araba. Va in Siria per sistemare le ultime cose tipo per vendere la macchina, chiudere il conto in banca, ma rimarrà bloccato per la situazione che si fa più complicata. 
Nel momento in cui lui rimane bloccato, lei scopre di essere incinta. Il libro dura i nove mesi della gravidanza. Seguiamo in parallelo quello che succede a lui e lei, nel frattempo scopriamo un bel po’ delle loro vite precedenti a questo momento. È una storia piena di donne. Iris è la protagonista, ma sono molto forti le figure di sua mamma e sua nonna. Infatti le prime pagine del libro vedono un parallelo tra la Genova da cui partì sua nonna negli anni ’30 e la Liguria di adesso dove Iris va a vivere. 



ON : Personaggi chiave?

Teresa: Loro due (Ismail e Iris). Poi il rapporto tra Iris e sua madre. Si parla tanto del rapporto madre figlia, c’è la storia di Ismail da ragazzino. Insomma è tutto un intreccio di storie che tramite flashback ci portano a parlare di loro due. 

ON : Dalle tavole che abbiamo visto si vede la differenza all’interno della stessa storia tra stile e colori. Come mai questa scelta?

Stefano: I filoni narrativi sono tre. Anni ’30: quando tutto comincia, con la nonna che emigra in Argentina. Gli anni ’70: la storia della madre di Iris che è in Argentina nel momento in cui c’è la dittatura. Il padre è un professore ed è il periodo in cui cominciano i guai, quindi lei torna in Italia. Poi c’è l’oggi, il 2013. Siccome ci sono molti stacchi abbiamo pensato di far capire visivamente che epoca è. Abbiamo scelto tre tecniche, gli anni ’30 sono pastello acquerellato con toni seppia/grigio. Gli anni ’70 sono interamente a pastello poi girate a rosso come le vecchie foto che diventano rosse con il tempo, e l’oggi è ripassato a china a Bic e colorato a computer, in questo modo aiuta a capire le varie epoche. Anche per giocare, visto che mi piace sperimentare e fare cose diverse, questa era l’occasione.



ON : Stefano, nel Porto Proibito ti sei cimentato nella costruzione della nave, in questo ti sei cimentato con la scrittura araba, quanto è difficile?

Stefano: E’ molto più difficile delle navi (ride). Mi ha sempre affascinato la calligrafia araba, perché è una forma d’arte bellissima. Nel mondo islamico è mal vista la rappresentazione della figura umana, non è vero che è vietata, è semplicemente poco usata. Viene molto più usata la parola. Tramite la scrittura la parola diventa immagine, che diventa forma d’arte, che diventa forma d’arte astratta. Alla fine la scrittura araba non è solo frase scritta in bella calligrafia, con tutti gli stili, ma anche composizione calligrafica, il passo successivo, in cui le lettere di una frase vengono incastrate tra di loro per formare un’immagine che non è più leggibile. 
La parola diventa una forma d’arte, una cosa che mi piace tantissimo, una cosa folle in senso positivo. Alla fine sto cercando di interessarmi a queste cose, ma è difficilissimo. C’è lo scoglio enorme della lingua. Tutti i manuali ti dicono che non è importante sapere l’arabo per saper scrivere le lettere, però non è vero perché a differenza del nostro alfabeto che la A è scritta uguale in ogni posizione nella frase/parola/testo, nella calligrafia araba l’Alif, la prima lettera dell’alfabeto, se è nella prima frase si scrive in un modo, se è alla fine in un altro, se singola o in mezzo cambia ancora. Ogni lettera, che sono ventinove o trenta, ha quattro modi per essere scritta, contando che ci sono sei stili calligrafici principali. Insomma fate voi i calcoli, è una cosa folle. Quindi diciamo che è puramente un piccolo gioco. Ci servirà per i titoli dei capitoli. C’è un professore di Roma che ci fa il controllo. 
La cosa divertente è provare a scrivere come fanno loro con il calamo. Sono canne di palude che si intagliano. C’è un modo: con 4 incisioni, ognuna con il suo nome, l’ho seguito e ho fatto anche l’inchiostro! Loro lo fanno con il nero di cenere, il vero calligrafo se lo fa bruciando insieme una serie di cose con sopra un coccio di terracotta per raccogliere il nero, mescolato alla gomma arabica. Io mi sono limitato al kit del colorificio: c’è la tinta base, la gomma arabica e l’acqua. Ho provato,ma è difficilissimo. Infatti credo che cercherò di scrivere bene i titoli dei capitoli e basta. Oltre non riesco ad andare. 
Sono contentissimo di una cosa sulla calligrafia: c’è un calligrafo molto famoso, si chiama Hassan Massoudy, (una storia fantastica la sua, cercatela). È iracheno, scappato dall’Iraq molti anni fa, ora vive a Parigi, dove si è spostato, è il maggior calligrafo arabo vivente, allievo di Allas Al-baghdadi, un bravissimo calligrafo degli anni ’40/’50. Lui (Massoudy) ha fatto delle composizioni calligrafiche bellissime e con il tempo è diventato un artista, fa cose con pennelli molto grossi, con forme enormi e colorate. 
Io anni fa mi ero fatto un tatuaggio con una sua calligrafia, con la frase di Kahlil Gibran: L’universo è la mia patria. L’umanità è la mia famiglia, che è un pezzo di una sua poesia. Fatto sta che la frase era perfetta per il libro… Ho detto: proviamo a contattarlo. Gli ho mandato una mail sul sito, spiegandogli il nostro interesse e lui ha risposto “Grazie per l’interesse per il mio lavoro, le do il permesso”…ero felicissimo, un mito! Un grande! Quindi useremo la sua calligrafia alla fine, in una scena apposita. 
Ho imparato a tagliare i calami, quello si.

ON: Temi trattati?

Teresa: Il tema trattato è uno, quello delle vocazioni. Da un sacco di tempo avevo voglia di scrivere qualcosa che avesse a che fare con le vocazioni, non solo religiose, ma vocazione di fare quello che nella vita sei chiamato a fare. Quindi, qui c’ è un misto di gente che cerca la sua strada. Quello che ci sta a cuore, che poi alla fine è sempre il tema dei nostri libri (ride): il viaggio della vita per trovare la strada che porta il tuo nome. E’ una storia di gente che va avanti nonostante quello che capita. 
L’altra cosa che ci ha spinto a scrivere questa storia è ciò che sta succedendo in Siria. Abbiamo scelto un ragazzo siriano non a caso. Noi ci siamo stati nel 2007. Nel libro parte del viaggio che raccontiamo è tratto dal viaggio che noi abbiamo fatto. Alla fine racconti quello che conosci, lo trasformi, lo travesti ma è quello che conosci… Là avevamo conosciuto della gente: di alcuni non sappiamo che fine abbiano fatto. Quindi, quando son successe queste cose, ci siamo detti: dobbiamo raccontare quello che abbiamo vissuto noi. Seppur quello che abbiamo visto noi è soltanto una facciata: le cose che son successe ci hanno spinto a leggere dei libri, a incontrare persone che ci hanno raccontato un’altra faccia della Siria, che non era esattamente quella linda vista da noi. Ma avevamo l’esigenza di fare questa cosa. I posti del libro esistono veramente. Alcuni hanno il loro vero nome, altri un nome alternativo. Ma tantissimo della Siria che abbiamo vissuto noi è rimasta nel libro. Ci sono tante cose belle che abbiamo visto che era un peccato far passare sotto silenzio, avendo la possibilità di raccontarle.

ON: Pubblico di riferimento?

Teresa: Il pubblico de il Porto proibito credo. Poi… mamme! Sempre mamme! Iris è una mamma (ride). Comunque un pubblico adulto, come i temi trattati. Sarà un libro diverso dal porto, metto le mani avanti. A noi piace sempre fare cose diverse. Trovare temi diversi, tecniche, modi di raccontare. Vabbé, non ci sono leggi assolute su cosa può piacere o cosa no. Il nostro coinvolgimento però è lo stesso, perché una volta che sei dentro sei coinvolto, sei li con quei personaggi, ci vivi giorno e notte, pensi a come sistemare quella cosina che non ti riesce. Quindi il coinvolgimento è sempre lo stesso, però il libro sarà diverso: a colori, quindi già per quello è differente! Ma sarà lungo uguale: noi, ormai, meno di 300 pagine… 
Stefano: Troppo facile!



ON: Difficoltà sui disegni? Visto che è variato lo stile…

Stefano: Diciamo si, la stessa difficoltà del Porto: è diverso, il porto era a matita, le tavole erano più veloci, la matita è più semplice. Però quando c’era da disegnar la nave c’era del lavoro in più. Queste sono più complesse, ma non ci sono navi. Diciamo che sono comunque ragionevoli, cerco sempre di non fare cose che poi mi portano a non rispettare le scadenze. Il grado di complicazione mi permette comunque sempre di finire una-due tavole al giorno. 
Qui c’è anche un po’ meno documentazione. Nel Porto, se hai uno che si siede su una sedia: che sedia è? Ti devi documentare per integrarla nell’epoca corretta. Qua comunque me lo studio, ma è più semplice. La cosa difficile (ridono entrambi) è stato documentarsi su come si risponde ad uno smartphone, (mostrano il loro telefono a “bottoni”). 
Alla fine è molto più semplice, anche per i vestiti: per la Siria abbiamo usato le nostre foto sull’abbigliamento, i mobili. Sfruttiamo anche i cataloghi o le riviste di arredamento. Decisamente più semplice e trovi anche molto più materiale. 

ON: ma così facendo non è meno avventurosa la scrittura? Noi ci immaginiamo che il 90% della bellezza del porto proibito sia stato assorbirlo e maturarlo durante i viaggi per poi metterlo su carta…

Teresa: Il coinvolgimento è lo stesso, perché anche il Porto proibito è molto biografico, ma “travestito”, tanto che ho dovuto aspettare a lavorare a questa storia perché ero ancora molto coinvolta con il Porto. Ho dovuto lasciar andare il Porto. E anche per uscire da questo mi ci vorrà del tempo. 
Stefano: Dal punto di vista del disegno è diverso. Io ho iniziato dopo. Il Porto aveva un coinvolgimento in un’altra epoca, un’altra musica, era esotico. Su questo nuovo libro il coinvolgimento è più tecnico/artistico. Essendo a colori ho molte più attenzioni sull’uso del colore, cosa raccontare, come giocare… è più geografico perché alla fine ho dei luoghi che ci sono adesso: Siria, Genova. Il Porto forse era più avventuroso dal punto di vista grafico.
Teresa: È anche la prima volta in cui ci cimentiamo in una storia contemporanea, una cosa che solitamente non facciamo perché non ci piace. Però c’era un’esigenza precisa. Una data del 2013, quando hanno cominciato a peggiorare le cose in Siria, quando è sparito Padre Paolo (Paolo Dall’oglio n.d.r). Un po’ di cose dovevano coincidere. 
E noi di solito ci cimentiamo di più in cose storiche, perché non ci piace la tecnologia. (Ridono)

ON: O.N.TheRoad sulle orme del Porto Proibito?

T&S: Noi abbiamo fatto delle proposte… potrebbe essere e ci piacerebbe. Se si riuscisse a fare noi saremmo felicissimi!

Ringraziamo Stefano e Teresa per l'intervista!

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