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Costantemente aliena: Intervista a Catherine Schell

La Maya di Spazio:1999, nonché bond girl, ci racconta della sua carriera e della sua vita movimentata. Dalla fuga dall'Ungheria nel 1949 fino all'arrivo a Hollywood e ai film con Peter Sellers e Roger Moore.

Di ritorno in Italia dopo molti, molti anni (40 ci dice, dai tempi in cui partiva da Monaco per le vacanze con la famiglia), Catherine Schell ci ha incontrati durante la Starcon di Chianciano. 
Una donna elegante, dai bei modi un po’ aristocratici ma molto accoglienti, forse dovuti al suo sangue blu e alla gioventù da girovaga che ha trascorso in giro per il mondo.
Ci ha raccontato con piacere della sua carriera professionale, che tende quasi a rivaleggiare con la sua complicata e affascinante vita personale.
Dalla fuga dall’Ungheria della sua famiglia nel 1949, quando Catherine aveva solo 4 anni, a causa della propria appartenenza aristocratica (la Russia aveva invaso la nazione esportando il comunismo), agli studi di giornalismo negati, fino ai film con Roger Moore e Peter Sellers, la signora Schell ha vissuto una vita degna di un libro, che infatti ha scritto.

ON: Per cominciare, sarebbe bello se ci volessi raccontare qualcosa sul tuo rapporto con il genere fantascientifico in generale.

CS: Devo confessare di non avere mai avuto una “passione” per la fantascienza, è stato per caso che sia finita a lavorarci!
Ci sono stati sicuramente dei film fantascientifici molto buoni, Star Wars che mi è piaciuto tantissimo, Alien, e ho guardato per un po’ Star Trek in tv quando sono andata a vivere in Inghilterra per la prima volta. 
Prima vivevo in Germania, e successivamente mi sono trasferita in Inghilterra nel periodo in cui era uscito Star Wars: per quanto ne sapevo in Germania non c’era nemmeno la fantascienza.
É stato tutto per caso, non come per voi nerd qui! [ride]
Il mio primo film del genere che ho visto nella mia vita è stato La Guerra dei Mondi, fantastico, e ho letto anche il libro, fantastico. Ma nonostante fosse meraviglioso, era solo una storia, non mi aveva spinto a cercare altre cose del genere. 
Se si tratta di un bel film vado a vederlo, non importa a quale genere appartenga.
La fantascienza mi interessa, ma perché mi interessa la scienza, da sempre, anche a scuola, ma al di là di questo non è come per voi.

ON: Quindi immagino non fossi particolarmente entusiasta la prima volta che ti hanno offerto una parte in un film di questo tipo…

CS: Oh...Era un lavoro! Avrebbero potuto offrirmi qualunque cosa, una storia di non so che. Lo script di Spazio 1999 era buono e allora lo feci, ma non perché fosse fantascienza mi sono detta “devo farlo per forza!”.
Comunque il mio primo film fantascientifico è stato Moon zero two, e solo dopo c’è stata la stagione di debutto di Spazio 1999.
Sei un attore, quello è il tuo lavoro, fai tutto quello che ti offrono, non importa di che parte si tratti.
Di certo sono stata molto fortunata ad aver fatto questa serie per un anno, è stato molto bello, ho voluto bene a tutti quelli che erano nello show, eravamo come una famiglia, era piacevole andare al lavoro tutti i giorni per nulla pesante.
Ma pur sempre di lavoro si trattava.

ON: In Spazio 1999 hai prima fatto una parte e poi sei stata scritturata per un ruolo ricorrente in seguito. Com'è andata?

CS: Ho fatto una parte in un episodio della prima stagione, ero un robot ma si scopriva solo alla fine, quando mi esplode la testa e ci sono scintille ovunque.
Quando mi hanno proposto Maya, un altro personaggio nella stessa serie tv, conoscevo già gli altri attori, Barbara [Bain] e Martin [Landau], mentre altri erano nuovi (Nick Tate e Tony Anholt, arrivati con me). Non andavo a finire in un posto sconosciuto, sapevo con cosa avrei avuto a che fare.

La sera in cui Gerry Anderson mi offrì la parte, mi spiegò che si trattava di una mutaforma e mi chiese come te la immagini? 
Allora sono tornata a casa e ho fatto un disegno di come pensavo dovesse apparire, e alcuni elementi li hanno tenuti: i segni sul volto per esempio.
Volevo fosse un mix tra un’umana e varie razze animali, i miei capelli erano molto ricci, in stile afro, ma bianchi, la pelle era di diverse pigmentazioni: un po’ di nero, un po’ bianco con alcuni segni quasi animaleschi,con gli occhi dalla cornea completamente bianca. Nella mia idea originale avrei avuto un braccio di un colore e uno di un altro. 
Quando ho dato il disegno a Gerry mi disse “davvero ti spingeresti così in là?”
E molto importante, i miei occhi non avevano l’iride, ma una stella in entrambi gli occhi.
Ed era anche una bella idea: ho provato le lenti, un processo molto complicato, dovevo toglierle e rimetterle con intervalli di 3 ore per vola. Alla fine mi sono pure abituata.
A contatto diretto con i miei occhi avevo delle lenti morbide e, sopra, c’erano lenti rigide dove era dipinta la stella, e nella stella dipinta di nero doveva esserci per forza un buco per permettermi di vedere. Mi hanno dovuto misurare le pupille, con la luce e l’oscurità.
Ma quando abbiamo fatto i test con la luce... un disastro, le lacrime non smettevano di scendere.
Abbiamo dovuto rinunciare, ma sono sicura che questo ha dato l’idea ai produttori di inquadrare i miei occhi nel momento in cui mi sto per trasformare: è quando nelle pupille si vede la cosa che sto per diventare.
Tra l’altro quelli non sono i miei occhi, ma quelli di una modella, perché i miei sono troppo sensibili, la telecamera era troppo vicina e la luce era troppa.



ON: Tu sei anche una bond girl: com’è stata la tua esperienza in questa veste?

CS: è stato il mio primo grosso film di punta, ero molto impressionata, eravamo su una montagna in Svizzera, ed è stato divertentissimo.
Non si poteva mai smettere di lavorare, perché anche quando non eravamo sul set eravamo “foraggio da telecamera”. In ogni singolo istante c’erano fotografi che ci seguivano ovunque, era per la pubblicità. Noi ragazze andavano tutte molto d’accordo, è stato un bel film da fare.
Non una grande sfida dal punto di vista attoriale devo dire...ma comunque…dopo sono stata notata e ho lavorato moltissimo. 

ON: Hai avuto un’infanzia anche complicata e molto interessata: hai viaggiato tantissimo! 

SC: Sì è vero ed ecco perché il titolo del mio libro è A constant Alien, costant in inglese vuol dire “costante, che c’è sempre” ma anche “faithful”, “dependable”, qualcuno su cui si può contare perché sai che c’è sempre, quindi era un buon titolo avendo interpretato un’aliena e per il fatto che sono stata un’immigrata [alien in inglese] in ogni paese in cui ho vissuto.
Eccetto l'Ungheria, dove sono nata, ed è l’unico paese in cui non vado mai.
Insomma, dall'Ungheria all'Austria immigrata, dall'Austria all'America immigrata, dell'America alla Germania immigrata, dalla Germania all'Inghilterra immigrata, e ora dall'Inghilterra alla Francia la stessa cosa!
Lo sono sempre stata ed ecco da dove viene il titolo.
Quando sono nata, siamo scappati dall’Ungheria, nel 1949 ero piccola, avevo 4 anni, siamo scappati dal comunismo. C’era l’occupazione russa e le elezioni fasulle per immettere i comunisti al governo, la mia famiglia è dovuta scappare perché eravamo aristocratici e questo ai comunisti non piaceva. Ce ne siamo dovuti andare tutti, passando la frontiera di notte.
Ho raccontato tutto questo nel libro, anche quello che è capitato ai nostri parenti quando siamo scappati, mia zia è stata in prigione per tantissimi anni, per poi impazzire e venire rinchiusa in manicomio. È stata dura per le persone che sono rimaste indietro, ma queste erano le scelte che era necessario fare per il futuro dei figli. È quello che pensava mio padre, non c’era un futuro per noi in Ungheria.
Ho raccontato anche di mio fratello Peter, che ha sofferto di schizofrenia paranoide e alla fine si è suicidato.
È la storia della mia vita, non si tratta solo di film; certo parlo della mia carriera, ma mi sono concentrata soprattutto sull’accostamento di quello che stava capitando nella mia carriera e quello che succedeva nella vita reale alla mia famiglia e al mio modo di gestire queste cose.

ON: Pensi che tutto ciò ti abbia influenzato in qualche nell’aver scelto questa professione?

CS: No assolutamente, ha avuto più a che fare con il destino. Volevo fare l’università, ero brava a scrivere da ragazza e i miei insegnanti mi incoraggiarono a farlo.
Amavo la storia e volevo studiare per imparare veramente a scrivere, pensavo al giornalismo, vero giornalismo, non articoli da riviste femminili e di moda, ma eventi da riportare.
Ero consapevole che serviva un background per poterlo fare, serviva fare l’università, ma mio padre non poteva permetterselo.
Quando andavo ancora a scuola a Monaco, avevo partecipato a degli spettacoli teatrali e un regista molto famoso mi ha vista ed era seduto accanto a mia madre nel pubblico; non sapeva chi fossi e le disse quando sono uscita sul palco “quella ragazza è nata per il palco” e mia madre “quella è mia figlia!”.
Poi abbiamo avuto una lunga conversazione in cui mi ha parlato di una scuola a Monaco, ma nella mia mente continuavo a pensare che sarei diventata una giornalista.
Mio padre però mi disse che non mi avrebbe mandata all’università perché ci aveva già mandato mio fratello e a quei tempi, siccome ero una ragazza, la mia educazione non era considerata così importante.
In quel momento allora pensai di giocare un'ultima carta: gli disse che avrei fatto l’attrice sperando che i miei avrebbero fatto di tutto per impedirmelo: speravo in un “no no no no ti mandiamo all’università!”, qualunque cosa ma non essere un’attrice.
E invece dissero di sì, a patto che studiassi a Monaco. 
Fui accettata in questa scuola di recitazione, ed è stato molto difficile. Ma sono durata solo 2 mesi perché si sono accorti che il mio tedesco non era abbastanza buono e avrei dovuto impararlo. Ogni 3 mesi c’era un esame, dove avrei dovuto preparare un soliloquio, partendo da parti pre esistenti di opere, da dei dialoghi, trasformandoli in soliloquio.
Non sarei mai riuscita a farlo e se non avessi passato questi esami mi avrebbero mandata via senza poter tornare: “se te ne vai ora ti riprendiamo l’anno prossimo senza esami, perché li hai già fatti, sappiamo già che sai recitare” ma dobbiamo essere sicuri che il tuo tedesco sia abbastanza buono.
E volevo fare così, ma subito dopo ho incontrato un’agente tedesca, la più importante agente che c’era ai tempi in Germania. 
Rappresentava i più grandi attori del momento: Maximilian Schell, Maria Schell, Klaus Kinski… e avevo solo 19 anni quando mi ha presa.
Mi disse di non tornare in quella scuola, mi procurò invece delle lezioni private trovandomi subito lavoro, tra cui anche una grossa parte in un film disastroso.
Ero troppo educata, troppo gentile; ero la star del film e mi hanno trattata in modo tremendo, mi hanno lasciata su un’isola, mi hanno piantata in mezzo al Rio delle Amazzoni durante una tempesta.
Non so se avete mai visto come piova nella foresta delle amazzoni, eravamo in una canoa e la canoa si stava riempiendo di acqua e cercavamo di remare per arrivare disperatamente a riva!
Non so, forse mi volevano morta per avere una migliore pubblicità! La regina del Rio delle Amazzoni, tra l’altro si trova tranquillamente su internet.
Poi ho lavorato in diverse coproduzioni tedesco-americane, stavo girando un film ad Amsterdam, dove ho conosciuto il mio primo marito, e da lì poi sono andata in Inghilterra dove è cominciata davvero la mia carriera.
Alla fine ho divorziato perché mio marito era violento, insomma...ho condotto una vita vera.
Non è tutta glamor e meraviglie, mi sono successe cose vere.
Vivi, sopravvivi, impari...non sempre, ma ci provi.



ON: Spero che l’esperienza sul set della Pantera Rosa Colpisce Ancora sia stata migliore!

CS: Oh sì, è stata meravigliosa, Peter Sellers era adorabile, molto dolce, Blake Edwards molto incoraggiante e divertente. Mi sono divertita tantissimo, ho solo bei ricordi di quell’esperienza.
Peter e io siamo diventati ottimi amici dopo il film, passavamo parecchio tempo insieme. 
Soffriva di psicosi maniaco depressiva e e mi telefonava alle 3 del mattino, “Catherine per favore vieni, ho bisogno di parlare con qualcuno, voglio suicidarmi, per favore vieni!”. 
Allora correvo in macchina, andavo a trovarlo e stavo a lungo ad ascoltarlo, ma questo gli serviva.
Siamo diventati molto amici, poi però ha sposato Lynne Frederick e Lynne tendeva ad allontanarlo da tutti i suoi vecchi amici, tenendolo per se stessa. Cosa che a essere sinceri, aveva più a che fare col denaro, cosa che alla fine ha ottenuto perché gli ha fatto cambiare il testamento. I figli non hanno ereditato nulla ma ha preso tutto lei. È morta poco dopo, per droghe, una donna molto infelice.
Ma credo che la maggior parte del suo dolore se lo sia procurato da sola, non penso si comportasse correttamente con le persone e di conseguenza a loro volta non la trattavano bene.

Anche Roger Moore se ne è andato da poco, ho lavorato con lui in The Persuaders!, ed era un uomo meraviglioso, bellissimo, un gentleman, aveva un fantastico senso dell’umorismo, era gentile, umile, disponibile.
Tutti quelli che lo hanno conosciuto gli volevano un gran bene. 
Lui stesso ha ammesso: “Non sono un attore!”, ma aveva una gran personalità, che portava poi sullo schermo. Nessuno diceva “Eh però potrebbe recitare meglio” ma “Vogliamo Roger, è meraviglioso!”
Non ha mai avuto quell’aura di pericolosità che invece permeava Sean Connery.
Ci dicevamo: “Roger non potrebbe mai uccidere nessuno, scherzi?!” 
Ma glielo perdonavi, il suo James Bond affascinava le persone a morte. Non gli serviva la pistola! 
Mi mancherà tantissimo.

ON: Ultima domanda Catherine. Se potessi avere un superpotere, cosa sceglieresti?

CS: Ah, vorrei poter sparire a comando...anzi, ancora meglio: forse vorrei a volte poter far sparire alcune persone! [ride di gusto]

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