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Socialità, amore e piacere: come funziona la nostra testa?

Dall'innamoramento, al sesso, al socializzare, analizziamo la chimica nascosta che ci impone di rapportarci con gli altri.

La neurobiologia è una delle branche più calde della ricerca biologica moderna. Non solo perché lo studio del cervello e dei suoi processi biochimici ha sempre affascinato l’uomo, ma anche perché, nonostante le tecnologia in costante aggiornamento, risulta uno dei settori del nostro corpo meno esplorati in assoluto. La causa è da attribuirsi alla complessa delicatezza delle interazioni tra gli organi ad esso connessi, che nulla toglie però all’estrema necessità che ha la scienza di indagarne i meccanismi. D'altronde la famosa selezione naturale, con i millenni impiegati per giungere a nuove specie, ha favorito l’evoluzione di organismi ben adattati all’ambiente che colonizzano, in grado di sopravvivere e tramandare caratteristiche evolutivamente favorevoli ai figli. E tra questi, l’uomo, sembra  quella evolutivamente superiore: usciti dalla catena alimentare, siamo ormai in grado di colonizzare terre con ambienti estremi, non adatte alla nostra sopravvivenza, solo grazie agli strumenti che creiamo per mezzo del nostro intelletto. E’ per questo che lo studiare la chimica e la biologia dietro i pensieri ed i ragionamenti risulta più che mai interessante. Capire cosa ci spinge ad amare o odiare una persona, o banalmente a provare dipendenza per una serie TV è utile per capire perché il processo dell’evoluzione ci ha portati a sviluppare queste caratteristiche. Capire la chimica alla base di questi meccanismi aiuta a capire le relazioni evolutive. Capire le relazioni evolutive ci porta a comprendere meglio la necessità dei sentimenti, sia positivi che negativi.

Non è sorprendente quindi che l’ambito più studiato sia quello inerente la nascita di quei sentimenti che condizionano la vita di tutti i giorni, come l’amore o la necessità di socializzazione: due argomenti interiormente molto diversi ma con meccanismi biochimici similari. Gli archivi di ricerca sono gremiti di esperimenti  a riguardo. E, per quanto non si sia ancora giunti a comprenderne con certezza le metodologie, diverse ricerche attribuiscono la causa di questa spinta a “rapportarsi con gli altri” alle interazioni tra due specifiche molecole presenti nel nostro cervello: l’ossitocina e la dopamina. Il primo è un ormone, una sorta di segnale prodotto nell’ipotalamo, necessario componente dei meccanismi che regolano l’attaccamento sociale, il comportamento materno, l’amore ed il piacere sessuale. La dopamina invece è un neurotrasmettitore che veicola le informazioni tra un neurone e l’altro. E’ prodotta in diverse aree del cervello ed implicata nel circuito mentale che elabora il piacere ed il rinforzo positivo: il “circuito delle ricompense”. In sostanza, grazie ad una serie di interscambi neurali, tra l’ossitocina (messaggero iniziale) ed i centri della dopamina (che comunicano ovunque  l’informazione ricevuta), possiamo elaborare (consciamente o inconsciamente) quel senso di gratifica che ci pervade nel fare qualcosa di positivo. Ma anche  il piacere, o la necessità, di avvicinarci ad altri rappresentati della nostra specie, definendo l’entità e la forza del rapporto che vogliamo instaurare. L’ossitocina manda l’input ed il sistema della dopamina lo collega a qualcosa di positivo, segnalando, con una cascata di altre interazioni molecolari, la piacevolezza nel rapportarsi a qualcuno.



E’ necessario qualche esempio. Diversi studi effettuati sui roditori,  organismi geneticamente tra i più simili all’uomo, hanno dimostrato il ruolo fondamentale dell’ossitocina nella determinazione del numero di partner. Le specie che naturalmente si scelgono un solo partner per tutta la vita hanno quantità e densità di ricettori (per questo ormone) molto maggiore delle specie poligame. Infatti, secondo lo studio, se ad un topolino monogamo andiamo ad intervenire sulle cellule, inibendo il segnale dato dall’ossitocina, questo tenderà ad evitare il legame fisso di coppia. Lo studio dimostra che senza l’aiuto di questo ormone, il sistema della ricompensa (che usa la dopamina per trasmettere la “felicità dello stare in coppia”) non è reattivo e quindi non associa più il partner fisso ad un qualcosa di positivo per l’individuo. E’ evidente come sia proprio la dopamina (il neurotrasmettitore del “sentirsi bene”) a rendere l’innamoramento una piacevole esperienza, simile, almeno a livello neurale, all’euforia scaturita da cocaina o alcool. Prove a favore sono state riscontrate in diversi studi, riguardanti le più svariate specie,  ma uno studio condotto dall’Università della California, rende con particolare efficacia l’idea. I ricercatori hanno difatti osservato come i maschi del moscerino della frutta, se sono sessualmente rifiutati dalla femmina, bevono 4 volte l’alcool che berrebbero se si fossero accoppiati. D'altronde stiamo parlando dello stesso “centro della ricompensa” che media i piaceri dell’alcool, percorso però da una strada alternativa, quella dell’ossitocina. Risulta evidente quindi l’importanza di questo ormone per sviluppare l’attaccamento agli altri membri della specie a cui appartiene l’individuo. L’ossitocina comunicando con la dopamina, permette di rendere più profondi i sentimenti di attaccamento, siano essi sociali o d’amore, diventando comunemente nota come la “droga dell’amore”.

Dato che gli esempi fatti riguardano animali diversi dagli esseri  umani, la domanda può sorgere spontanea: Tutto questo vale anche per l’uomo? Di base si. Il circuito neurale utilizzato nelle relazioni ossitocina-dopamina è piuttosto antico. Non nel senso di anziano, ma di evolutivamente primitivo, che varia cioè relativamente poco tra le specie più strettamente legate, cambiando in forma ma non in generale funzione. Ed infatti molti studi fatti sull’uomo confermano questa tendenza, anche se sono stati realizzati in maniera meno approfondita rispetto a quelli fatti sulle cavie da laboratorio. Il motivo? E’ più facile, sia tecnicamente che eticamente, manipolare biochimicamente un cervello di topo che uno umano. Ad ogni modo, la naturale soggettività dell’individuo fa si che le certezze delle neuroscienze siano spesso generalmente aleatorie. L’ambiente influisce in maniera fondamentale nello sviluppo sia mentale che fisico di una persona, mentre le esperienze ne formano e rinforzano in maniera personalissima i processi mentali. E’ fondamentale continuare a far ricerca a riguardo, per sbrogliare la matassa che continua ad essere il cervello umano, sia per il bene della conoscenza che della stessa medicina. Voi intanto che ne pensate? 


Fonti: 




Commenti (1)

Turino Di Tacco
14/10/2017 11:42:04
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