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There and back again, viaggi letterari e non

Ogni viaggio deve concludersi con un ritorno?

Jacopo e Monica mi hanno prestato questo spazio per parlare di strade, di viaggi.
Dopo cinque mesi passati in Australia a insegnare italiano a gratis (come diceva il mio prozio Giorgio) a odorosi adolescenti - naufraghi inermi in balìa di selvagge tempeste ormonali - assolutamente disinteressati (con rarissime eccezioni) e con la data del ritorno ormai imminente, mi viene in mente una poesia di Kavafis, Itaca.

Così ripenso a me stesso e medito e nella trepidante attesa del ritorno, fra la gioia di rivedere volti familiari e riprendere confortanti abitudini e piccoli rituali - perché sono sempre le piccole cose che mancano di più - e la malinconia degli addii, di quelli che vanno e quelli che restano, mi sento quasi un eroe di una delle grandi storie, quelle che contano davvero: per mettersi in viaggio, occorre una meta verso cui tendere e una verso cui tornare. Così ogni viaggio che si rispetti del mito e della letteratura deve concludersi con un ritorno, affinché si trasmetta alla comunità la conoscenza acquisita e l’avventura dell’eroe possa accrescerne la sapienza. 

Il genere narrativo del nostos è antico quanto l’uomo. L’Odissea ne è l’esempio più celebre e più illustre. Se è solo lasciando il caldo rifugio che si può crescere, cambiare, e diventare se stessi, è solo ritornandoci che si potranno guardare le cose in maniera nuova, da una prospettiva inedita. “Lo scopo ultimo della ricerca non dev’essere né la liberazione né un’estasi egoistica, ma la sapienza e la potenza necessarie a servire gli altri”, così afferma J. Campbell nell’intervista Il potere del mito
Il viaggio di ritorno è talvolta più rapido di quello di andata, senza tutti gli ostacoli che l’eroe ha dovuto affrontare, altre volte, invece, porta con sé grande pericolo e gravi perdite e dura molto di più, è proprio il caso dell’Odissea dove è appunto il viaggio di ritorno a costituire l’avventura principale dell’eroe (anche se in questo caso, l’uomo dai molti talenti era già reduce di una guerra decennale). Il primo caso, invece, è quello de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli, anche se in quest’ultimo i quattro hobbit, una volta tornati a casa, dovranno lottare per salvare la Contea dalla distruzione operata da Saruman come vendetta (e Bilbo, seppure in versione meno tragica, dovrà recuperare i suoi beni venduti all’asta perché ritenuto morto). Molto spesso, poi, il ritorno e il reinserimento nella comunità non sono per niente facili. Il mondo che si era lasciato non vede di buon occhio l’eroe che vi fa ritorno. È diffidente e non accetta la conoscenza che ha acquistato e che vuole condividere. La saggezza raggiunta si scontra con la fredda praticità degli individui ordinari che non hanno raggiunto l’illuminazione e contro il resistente muro delle abitudini e delle convinzioni. 



In ogni caso, il ritorno sembra fondamentale. Anzi è proprio la possibilità del ritorno alla sicurezza della casa, della patria e della propria comunità che rendono possibile il viaggio e l’avventura. L’attrazione verso le meraviglie del mondo straordinario, affinché possa avere seguito e tradursi in una avventura, deve essere bilanciata dalla consapevolezza che da qualche parte esiste un rifugio sicuro
In altri casi, però, il ritorno non è possibile o piuttosto si tratta di un non-ritorno, come accade per Frodo. Il suo è un ritorno parziale, perché sarà costretto a lasciare nuovamente la Contea, e questa volta per sempre. E questo indica un percorso di formazione incompleto, perché al viaggio esteriore, si sa, corrisponde un viaggio interiore: l’eroe non è riuscito a trovare stabilità e il proprio posto all’interno della società suggellato dal matrimonio, come avviene, invece, per altri due eroi del romanzo - Aragorn e Sam. Così, la formazione incompleta di Frodo preluderà alla sua scomparsa dal mondo.
Kenneth Grahame, autore del capolavoro della letteratura per l’infanzia Il vento nei salici, descrive con grande semplicità questo stretto rapporto fra mondo straordinario e mondo ordinario, o meglio - essendo il protagonista una talpa - mondo sotterraneo e mondo in superficie: 

Anche Talpa, esausto, posò presto il capo sul cuscino. Ma prima di chiudere gli occhi, li lasciò vagare per quella vecchia stanza, addolcita dal chiarore del fuoco, che giocava sugli oggetti familiari e amichevoli. Si rendeva conto di come fosse semplice e modesta, persino angusta, ma era consapevole di quanto significasse per lui. Non intendeva affatto abbandonare la sua nuova esistenza e voltare le spalle al sole e all’aria. Il mondo di sopra era troppo bello, e lui ne sentiva il richiamo fin laggiù, e sapeva che vi avrebbe fatto ritorno. Ma era bello pensare che poteva tornare lì, in quel luogo che era tutto suo, a quelle cose che erano felici di rivederlo e su cui avrebbe sempre potuto contare per ricevere un semplice e caldo benvenuto.

Ma forse proprio le parole di Frodo possono dare la miglior spiegazione a tutto questo: 

Vorrei tanto salvare la Contea, se potessi farlo, benché sia stato spesso indotto a pensare che gli abitanti sono di una stupidità e di una noia incommensurabili, e che, data la situazione, un terremoto o una invasione di draghi sarebbero la cosa migliore. Ma ora non la penso più così. Sento che fin quando saprò che la mia Contea è sempre qui, comoda e sicura, girovagare ed errare sarà per me più facile, conscio che in una parte del mondo c’è un appoggio stabile e saldo che mi attende, anche se non vi dovessi più metter piede”. 

È dunque il luogo di partenza che permette il viaggio nel mondo straordinario e lo giustifica. L’ingresso in questa nuova dimensione è spesso rappresentato come una vera e propria soglia da attraversare, barriere materiali che assumono significati metaforici: porte, cancelli, archi, ponti, crepacci, burroni, fiumi, oceani, deserti. 
Joseph Conrad definisce questa soglia come il “piccolo cancello dell’infanzia” attraverso il quale “si entra in un giardino magico”, anche se qui, in realtà, lo si abbandona il giardino tranquillo e sicuro dell’infanzia per entrare invece nel bosco della giovinezza e dell’adolescenza. Solo superando questa soglia si potrà esperire la vita nelle sue piene potenzialità e contraddizioni. Superando questi confini, l’eroe giunge a una definizione di sé che significa la maturità – il passaggio della «linea d’ombra» – ma spesso anche una sostanziale perdita delle illusioni. Solo osando si potranno conoscere quei momenti, di cui sempre Conrad parla, che ci definiscono e ci completano. Quei momenti che plasmano la nostra identità e la nostra personalità, che ci indicano il nostro posto in questo mondo fuor di sesto. 
Ma quali momenti? Momenti di noia, ecco, di stanchezza, di scoraggiamento. Momenti di impulsività. Mi riferisco a quei momenti in cui chi è ancora giovane è indotto a compiere gesti precipitosi, come sposarsi all’improvviso o abbandonare un lavoro senza alcuna ragione. 
Momenti che non accadono se non siamo noi a farli accadere, rispondendo alla chiamata all’avventura, al cambiamento. Mettendosi alla prova, si comprende quale è davvero il proprio posto; dopo aver conosciuto le insidie del bosco si può far ritorno a casa con una nuova consapevolezza: 

Si ritrovarono proprio al limite del Bosco Selvaggio. Dietro a loro vi erano rocce, roveti e radici; davanti si stendeva invece uno spazio aperto di campi contornati dalle linee delle siepi, scure sulla neve e, in lontananza, si scorgeva il luccichio del fiume, antico e familiare, mentre il rosso sole invernale indugiava basso all’orizzonte. Si incamminarono diritti verso il varco distante di un recinto. Sostando lì, e voltandosi indietro, videro il Bosco Selvaggio in tutta la sua estensione: denso, minaccioso, tetramente racchiuso nel vasto orizzonte bianco. Si voltarono e ripresero il cammino verso casa, verso il caminetto e gli oggetti domestici che questo illuminava, verso la voce del fiume che conoscevano e che ispirava loro fiducia e non incuteva mai timore. Mentre affrettavano il passo, Talpa intuì chiaramente di essere un animale destinato ai campi e alle siepi, ai solchi arati, ai pascoli frequentati, ai viali delle passeggiate serali, ai giardini ben curati. Lasciava ad altri la dura lotta con la natura selvaggia: egli doveva dar prova di saggezza, restare nei limiti che gli erano stati assegnati, ma che potevano tuttavia ospitare, a modo loro, tante avventure da bastare per una vita intera (K. Grahame, Il vento nei salici). 

Ora, io non so se ogni viaggio debba davvero concludersi con un ritorno, e come insegna Bilbo non tutti coloro che vagano sono perduti, ma so che ci si mette in viaggio per raggiungere una meta, una palpitante luce verde alla fine di un molo, e so che da un viaggio non ritorna mai la persona che è partita, ma a me personalmente piace sapere che a migliaia di chilometri da dove mi trovo ora c’è una comoda poltrona che mi aspetta e una libreria piena di nuove avventure. 

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