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Istantanea di un popolo: intervista a Laura Liverani

Alla scoperta degli Ainu

Durante il percorso di studi capita di imbattersi in nozioni, nomi, avvenimenti che destano la nostra attenzione ma che, a causa di mancanza di tempo o possibilità, releghiamo in una parte del nostro cervello.
Anni dopo ci si imbatte, poi,  in una canzone, in una citazione, oppure, come nel mio caso, in un'immagine e un mondo nuovo ci si apre davanti.

Qualche tempo fa mi è capitato di vedere alcune fotografie di Laura Liverani, fotografa italiana che ha fatto e fa tutt'ora spola con il Giappone, che ha dato vita ad un progetto legato agli Ainu intitolato: “Ainu Nenoan Ainu”.
In realtà i suoi lavori sono diversi, toccano diverse nazioni e popolazioni. Vi lascio il link del suo sito, così potrete andare a sbirciare con calma tutte le sue opere.

Ed è proprio degli Ainu che voglio parlare oggi.

Stanziatasi nel nord del Giappone, più precisamente in Hokkaido, si potrebbe pensare che si tratti di una comunità con tradizioni leggermente diverse ma appartenenti al ceppo etnico giapponese invece, come ci spiegherà Laura nell'intervista che fra poco leggerete, sono un'etnia a parte, dalle origini ancora discusse. 
Hanno un loro idioma, la lingua ainu, cultura e religione distinte.
Riconosciuti ufficialmente come “popolazione indigena” del Giappone solamente nel 2008, abitano ancora le terre del nord.
Fosco Maraini, entologo e orientalista, poco prima della Seconda Guerra Mondiale, si è trasferito in Hokkaido dove ha studiato a lungo l'arte, la religione e l'ideologia Ainu. 
Vengono citati anche ne Il ramo d'oro, trattato di antropologia dello scozzese Frazer. Scrive del legame che questo popolo ha con l'orso, loro animale simbolo. 
Infatti il credo ainu è di base animistica, perciò ritengono che in ogni cosa, evento atmosferico e elemento della natura possa esserci la presenza di un dio. Il pantheon conta diversi kamui, dei, che possono influire sulla vita degli esseri umani. Sia nel bene sia nel male.

Prima di lasciare posto all'intervista, vi rivelo un piccolo anedotto: la popolazione di cui fa parte Ashitaka, de “La principessa Mononoke” (film dello Studio Ghibli del 1994), gli Emishi, pare abbiano dei collegamenti con gli Ainu. Anzi che ne siano dei lontani discendenti.


Secondo varie testimonianze i Giapponesi tendono a tracciare una sorta di linea di demarcazione tra il pubblico e il privato, tra l'interno e l'esterno, 内/外 fino a他人. Non permettono allo “straniero” di avvicinarsi troppo.  Nel corso del tuo progetto hai mai sentito questo tipo di esclusione? Venir fotografati è un'esperienza molto intima in certi casi. Non è stato difficile venir accetta dalla comunità?

Gli Ainu sono Ainu, e non giapponesi. Non si tratta di una semplice comunità, ma di un vero e proprio gruppo etnico distinto dai giapponesi, con lingua, cultura e religione proprie. Gli Ainu sono stati colonizzati dai giapponesi: durante questo processo di assimilazione forzata hanno perso quasi del tutto la propria lingua (vietata dai giapponesi) e si sono mescolati con i loro colonizzatori. Ma hanno sempre mantenuto almeno in parte la loro identità’ Ainu, come forma di resistenza all’assimilazione. Parlo ovviamente di quelli che oggi si identificano come Ainu, perché’ alcuni nascondono le loro origini etniche per evitare discriminazioni. Una delle particolarità’ della società’ Ainu e’ la pratica dell’inclusione nel gruppo, spesso della vera e propria adozione. Questa pratica viene detta utari. Una donna del villaggio di Nibutani, dove ho vissuto per due mesi, ha adottato almeno 50 bambini nel corso della sua vita. Una volta superate le legittime diffidenze iniziali quindi non e’ stato affatto difficile essere accettati dalla comunità’, soprattutto presso gli Ainu dell’Hokkaido. A Nibutani ora mi sento un po’ a casa.

Laura Liverani/ Lunch Bee House
Kamuy Mintara, Prefettura di Chiba, 2012L'anziano Ainu Haruzo Urakawa (浦川 治造) nella cise che ha costruito da sé nelle montagne di Chiba. Laura Liverani/Lunch Bee House           

Si parla molto del senso di appartenenza radicato nella società giapponese, della popolazione che vive come una macchina “perfetta” in cui ognuno gioca il suo ruolo al meglio delle sue potenzialità. Come si percepiscono e posizionano gli Ainu in questa struttura fortemente nazionalista, secondo quello che tu hai percepito?

Secondo le statistiche gli Ainu si posizionano ai margini della società’ giapponese, avendo meno accesso all’istruzione e all’occupazione. Gli Ainu sono spesso anche socialmente discriminati. Secondo la mia percezione, gli Ainu vivono una doppia identità’: quella giapponese, che e’  la loro identità’ diciamo istituzionale, e quella nativa, preservata generazione dopo generazione all’interno del nucleo familiare.

Le tue fotografie sono state esposte anche a Tokyo, quale riscontro di pubblico hai avuto? Per essere più precisi, come è stato percepito il tuo lavoro da persone provenienti da un ambiente diverso dall’Hokkaido?

La mostra ha suscitato interesse, sia tra il pubblico giapponese che tra quello straniero. Tra gli oltre 800 visitatori c’erano diversi Ainu che vivono dell’area di Tokyo, e persone interessate alla cultura Ainu, anche accademici. Poi c’era il solito pubblico dell’Istituto italiano di cultura, tanto giapponesi che italiani. Infine c’era chi si interessa di fotografia, al di la’ del tema trattato. Insomma un pubblico variegato. Molti visitatori giapponesi mi chiedevano come mai un’italiana si interessasse agli Ainu. Il fatto e’ che i giapponesi stessi non conoscono gli Ainu. La loro storia non appare sui testi scolastici. Alcuni giapponesi pensano che gli Ainu stiano solo nei parchi-museo dell’Hokkaido ad intrattenere i turisti. In occidente molti ne ignorano persino l’esistenza.

Ci potresti raccontare due episodi della tua esperienza? Quello che più ti ha realizzato e quello che più ti ha lasciato frustrata e delusa.

Non c’e’ stato un singolo episodio di rilievo, ne potrei raccontare a decine. Ad esempio quando ho scattato il ritratto del signor Haruzo [in allegato], alla periferia di Tokyo, nell’abitazione tradizionale di paglia intrecciata che ha costruito da se’, ho capito che avevo scattato un’immagine chiave del progetto fotografico. Era il mio primo ritratto della serie, scattata nel 2012. Piu’ tardi, nel 2015, quando ho incontrato per la prima vola la sciamana e attivista Ashirirera, mi e’ sembrato di entrare in un mondo magico.Insomma ogni incontro e’ stato unico, un momento chiave sia nella definizione del progetto, sia come esperienza di vita. 
Anche i momenti deludente sono stati tanti, e’ fisiologico in un progetto che dipende dall’incontro con altre persone, ma ne ricordo uno in particolare: quando stavo scattando una mattina, in cima ad una montagna, in un villaggio Ainu. C’era la nebbia e stavo fotografando dei corvi posati su un albero. Mentre scattavo pensavo che sarebbero state immagini bellissime, Mi sono accorta solo dopo che avevo dimenticato di mettere la pellicola nella mia Hasselblad.

Può capitare, nel corso della vita, che si veda qualcosa oppure si viva qualcosa, che determina quello che diventeremo. C'è stata per te una fotografia che ti ha convinto a intraprendere il cammino sul quale ti stai muovendo ora? Un evento che ti abbia legato al Giappone in qualche maniera particolare? Oppure è stata tutta opera del caso?

Direi che non si tratta nè del caso ne’ di qualche evento determinante. Parte tutto da una curiosità’ che piano piano si trasforma in desiderio di conoscere,  e mi spinge e ad andare più’ a fondo. Poi sia con la fotografia che con il Giappone non sono più’ riuscita a smettere.


La serie di fotografie scattate da Laura Liverani fa parte di un progetto più ampio che comprende anche un documentario, prodotto da Lunch Bee House.

Letture consigliate: 
Gli Iku-bashui degli Ainu , Fosco Maraini.
Il ramo d'oro, James Frazer

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