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Cremona: a caccia del segreto di Stradivari

Il reportage in 4 rubriche della nostra visita alla città lombarda - 2 di 4

Dopo l’imperdibile introduzione del collega Jacopo (fidatevi dei consigli culinari, non ne resterete delusi!), eccomi qui a presentarvi il secondo capitolo dello speciale dedicato a Cremona e al suo patrimonio. 
Perché la mia rubrica? Questa volta non c’entra il trash, non temete: non c’è nulla di trash in quel che abbiamo visto. Come forse saprete, ho studiato a lungo la musica classica e nonostante il mio campo sia stato quello del pianoforte, in questo settore è importante conoscere almeno dal punto di vista teorico non solo il proprio strumento.

Durante la nostra gita ai Laboratori Arvedi di diagnostica non invasiva dell’Università di Pavia, ho avuto dunque la possibilità di visitare anche il Museo del Violino dove, per quanto abbia scherzato più volte sulla presunta rivalità tra pianisti e violinisti (mi perdoneranno le competenti e disponibili guide al Museo che ci hanno illustrato approfonditamente moltissimi aspetti storici e non solo del violino e della liuteria), abbiamo viaggiato attraverso un mondo che non è fatto solo di corde e archetti
In un percorso attraverso dieci sale, viene raccontato con ricostruzioni e spiegazioni, come si sia passati dalla ribeca e dalla lira da braccio alle forme più moderne di archi; perché non dobbiamo dimenticarci che il violino è solo il più piccolo di una grande famiglia di strumenti, gli archi appunto, che includono anche viola, violoncello e contrabbasso. 
Nel corso della storia, si è passati attraverso a tante forme e nomenclature che oggi non ritroviamo più, ma anche attraverso tecniche costruttive tradizionali che si sono modificate ma non sono affatto scomparse. 
Queste competenze le ritroviamo ancora nelle 150 botteghe che si trovano nella città di Cremona, ognuna con il suo retaggio storico, i suoi segreti, le sue leggende. 



Nel museo, a onor della storia e in rispetto della tradizione cremonese anche contemporanea, è così possibile affacciarsi fisicamente a una bottega rinascimentale, osservando attrezzi, parti di legno, disegni e modelli nel loro habitat naturale.
Le forme che si delineano nell'officina, prendono vita nelle sale successive con l’esposizione di veri e propri pezzi d’arte dal valore inestimabile; nel museo sono infatti presenti violini, viole, violoncelli e contrabbassi rinomati, come Il Cremonese di Stradivari, e violini di Guarneri e Amati (meno noti forse come nomi, ma di eguale maestria e importanza). 
Ma cos’hanno tanto di speciale questi strumenti?
Da sempre la leggenda avvolge Antonio Stradivari, cremonese di nascita, ricordato da tutti come il più grande liutaio di tutti i tempi; la sua abilità ha affascinato storici e scienziati, che fin dall’Ottocento cercano una risposta che spieghi come questi magnifici violini sappiano creare non solo una resa acustica ma una sorta di “magia” in chi li ascolta. Alcuni studi si sono focalizzati sui legni utilizzati, altri sulle vernici… ma di fatto, molto rimane avvolto dal fascino della leggenda e del mistero, e non mancano le polemiche nei confronti di chi cerca di svelare questi segreti. Per togliere un po’ di poesia al tutto, in realtà, è chiaro che parzialmente si tratta del condizionamento psicologico: sempre più spesso infatti i blind test che mettono a confronto il suono di uno Stradivari con uno di un violino di altissima fattura contemporanea mostrano che l’orecchio umano non sia in grado di distinguerne il suono. 
Quindi uno Stradivari senza il mito che lo circonda perde di valore
Assolutamente no: oltre a rimanere pezzi di una maestria pressoché impareggiata, il più grande merito di Stradivari, e forse il segreto stesso della sua “magia”, è stato quello di sperimentare, provare ed evolvere costantemente la sua tecnica, senza mai smettere di migliorare le sue creazioni e se stesso. 



Se vi intriga l’argomento, sicuramente troverete apprezzabile e lodevole il lavoro che i professionisti dei Laboratori Arvedi di diagnostica non invasiva dell’Università di Pavia  stanno svolgendo. Anzitutto è affascinante e anche molto rispettoso quel che viene fatto nei laboratori sotto il museo (il museo sta semplicemente al piano di sopra, non immaginatevi i laboratori in un oscuro sotterraneo in stile dungeon: sono estremamente all’avanguardia e luminosi!): con apparecchiatura non invasiva appunto, vengono studiate informazioni sui materiali storici utilizzati, le caratteristiche acustiche, in uno studio costante che potrà portare a scoperte anche applicabili in altri settori. 

Ma dell’aspetto più scientifico e tecnico se ne occuperà la competente Giada Rossi nella rubrica del Rasoio di Occam nel prossimo episodio!

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