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Il trash che C ci piace perché sogna e fa sognare

Un breve viaggio tra le peggiori produzioni televisive negli anni '80 e '90

Settembre è un po' come un secondo gennaio, anzi, forse è il vero inizio anno per molti, soprattutto per gli studenti. Ma anche lontani dalla scuola, questo mese riporta sempre alla realtà dopo la pausa estiva o a quei magici momenti in cui ci si riempiva la cartella di quaderni, merendine e buoni propositi da bravo alunno. 
Così, qualche giorno fa, in occasione della riapertura delle scuole io e i miei colleghi abbiamo dedicato le copertine delle rispettive pagine Facebook a insegnanti fittizi che secondo noi hanno lasciato il segno.
Io, con la mia predisposizione trash, non ho potuto che optare per il magico Marco Columbro che interpretava il Caro Maestro (Stefano Giusti)  nell'omonima serie televisiva degli anni '90.
Vi lascio un momento per canticchiarvi la sigla in testa.
D'accordo??

Mi sono ritrovata così a pensare a tutti quegli irresistibili programmi anni '80 e '90 che la fu Fininvest e tante altre case italiane hanno prodotto e poi nascosto sotto coltri di polvere, che di tanto in tanto emittenti minori vanno a rimuovere per deliziarci con revival dal sapore di trash e nostalgia.
Ovviamente mi rendo conto che il giudizio basato sulla nostalgia non è di per sé attendibile e ammetto che non si può definire qualcosa “bello” solo perché ci manca, ma quel che voglio mostrarvi è come la nostalgia a volte non basti a coprire lo scempio compiuto nella creazione di alcune serie televisive e sitcom.
Non mi riferisco al già nominato Caro Maestro che comunque intratteneva, divertiva e tutto sommato qualcosa ce l'ha insegnato,  né all'amatissima sitcom Casa Vianello, che per vent'anni ha tenuto compagnia alle nonne che cucinavano la cena e ai nipotini che finivano i compiti o rientravano dopo pomeriggi passati a giocare in cortile.
E come non ricordare con un sorriso anche le prime serie televisive con Bud Spencer, Big Man e Detective Extralarge?




Tutte serie che infatti non sono state abbandonate al loro destino e di tanto in tanto vengono ripescate da emittenti maggiori e riaccolte con un certo affetto dal pubblico.
A parte queste e poche altre tuttavia, non si può certo dire che le produzioni televisive fossero di grande qualità o impatto.
Prendiamo per esempio Fantaghirò: se non ci fosse la componente nostalgia a ottundere il nostro giudizio, sicuramente non la considereremmo affatto degna di memoria.
Perché lo dico con certezza? Fate adesso una maratona di tutti e 5 gli episodi della miniserie e vi assicuro che a un certo punto la nostalgia diventerà più o meno una parolaccia.
Se però a piccole dosi la serie fantastica riesce ancora ad attingere al pozzo della nostalgia per essere salvata, altri tentativi sempre diretti da Lamberto Bava, non godono dello stesso successo, come Sorellina e il principe del sogno e Desideria e l'anello del drago, che in caso vi ricordiate, mi scuso per averli fatti riaffiorare nei vostri pensieri.

Da qui in giù, si inizia a scavare e arriviamo al punto quasi più basso: le soap opera.
Dallas, Beautiful e simili hanno un'onta ben più grave della loro sola esistenza, bensì hanno scatenato un'ondata di sperimentazione e tributi made in Italy, che a loro volta hanno generato produzioni orribili, alcune della durata di pochi (comunque troppi) episodi ma altre di inspiegabile longevità.
Un esempio su tutti la soap Senza Fine, titolo poi cambiato (forse perché troppo minaccioso) in Camilla… Parlami d'Amore, un teleromanzo (poi anche film!!) dai toni chiaramente manzoniani con un Renzo e una Lucia e il loro matrimonio che proprio non s'ha da fare.
Troppo semplice prendersela con le soap opera, direte voi. 




Allora voglio chiudere con una perla trash del 1988: I cinque del quinto piano, una sitcom di 95 episodi, pressoché irreperibili sul web, ma che qualche rete minore di tanto in tanto trasmette.
Siamo nella periferia della Milano da bere di metà anni '80, tutto si svolge nell'appartamento di una famigliola benestante e ci troviamo di fronte alla loro quotidianità nutrita di tale misoginia, razzismo e finto perbenismo che a distanza di quasi 30 anni ci sembra impossibile sia stato mandato in onda.  
In una scena vediamo il figlio maggiore, l'universitario Gianfilippo, che parla al telefono con la sua fidanzata Cinzia e decide di lasciarla perché è stata vista in giro con un negro. E se non abbiamo sentito bene la prima volta, ripete tutto più volte, ma poi la rassicura che non importa di quel che è successo, semplicemente la ammazzerà di botte se la incrocia per strada. 
Risate registrate.
Avete riso?
Bene, in un altro episodio invece, la domestica (rigorosamente meridionale) decide di organizzare una festa in maschera a casa dei suoi datori di lavoro e invita tutti i suoi cugini (le battute su quante decine e decine saranno mai questi parenti si sprecano) con molto disagio dei padroni di casa, che per buona educazione non vogliono rifiutare l'evento “a scrocco”. Ma il culmine lo si raggiunge durante la festa stessa, nella quale Gianfi si presenta vestito da Hitler, con tanto di saluto nazista ogni volta che ne ha l'occasione, perché insomma, era l'unico costume adatto a lui. 
Dunque ci troviamo davanti a una vera perla trash, che fa ridere fintanto che si pensa al cattivo gusto, ma rabbrividire al pensiero che queste battute e scene fossero state concepite come divertenti.
Mi sento di chiudere suggerendovi una colonna sonora come il buon Gabriele Bianchi della rubrica Università Invisibile è solito fare: riascoltate le sigle delle serie che ho menzionato, in particolare quella di Caro Maestro, mi ringrazierete!

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