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La rubrica temporanea di OrgoglioNerd con le interviste esclusive ai protagonisti di Campus Party

Argotec, ecco gli italiani che manderanno un satellite nello spazio

Intervista a due giovanissimi ingegneri della azienda aerospaziale torinese

In un disperato tentativo di curare la nostalgia di Campus Party, vogliamo raccontarvi un'altra delle chiacchierate che abbiamo raccolto durante l'evento, quella con Anna Frosi ed Emilio Fazzoletto di Argotec. Potete anche ascoltarla sulla nostra stazione SoundCloud.

GR: Siamo qui con due ragazzi di Argotec. Innanzitutto chi siete? Qual è la vostra formazione? E cosa fate per Argotec?

A: Mi chiamo Anna Frosi, ho 28 anni, sono un ingegnere spaziale e sono system engineer, quindi responsabile tecnico del progetto ArgoMoon.

E: Io sono Emilio Fazzoletto, ho 25 anni, sono un ingegnere elettronico e da poco lavoro nella divisione avionica, quindi mi occupo dei sistemi elettronici di bordo, ovvero dell’hardware e del software dell’onboard computer, sempre sul progetto ArgoMoon.

GR: Ecco, parlateci un po’ di ArgoMoon, di cosa si tratta?

A: ArgoMoon è un nano satellite, in gergo un 6u (6 unità). Sarà grande più o meno come una scatola di scarpe, circa 200x300x100 mm. Volerà nella missione EM1, la prima del nuovo lanciatore americano SLS e fornirà delle fotografie di dettaglio dello stadio del vettore di rilascio, per confermare attraverso queste fotografie le corrette operazioni del lanciatore, dato che il lanciatore stesso non potrà più inviare comunicazioni a terra. Il concetto di avere un nano- satellite che supporta in questo modo la missione primaria potrebbe trovare applicazione anche nelle future missioni spaziali, come il ri-raggiungimento della luna da parte dell’uomo, per poi mettere piede su Marte.

GR: Quindi questo satellite farà da telecamera di sicurezza, o qualcosa del genere?

A: Sì, qualcosa del genere, esattamente.

GR: Sarà lanciato assieme al razzo e poi si distaccherà? Come funziona circa?

A: Sarà alloggiato nell’adapter, che è un anello di congiungimento fra lo stadio di propulsione del razzo e la parte dove c’è la capsula Orion, che è il payload principale della missione. In  questo adapter, che attutisce anche le vibrazioni della capsula, sono installati questi 13 satelliti, di cui ArgoMoon sarà il primo ad essere rilasciato. Ci sarà una specie di scatola più grande, un dispenser, che si aprirà e il satellite verrà rilasciato con una certa velocità relativa rispetto al razzo che dovrà poi annullare.

GR: Quanto è grande ArgoMoon?

E: Come diceva Anna è un 6u, dove un’unità corrisponde ad un cubo di 10cm di lato. Quindi è un parallelepipedo, tolte le ali dei pannelli solari, di 100x200x300 mm. In questo volume molto compatto dobbiamo alloggiare tutti i sottosistemi che abbiamo a bordo, e appunto usare bene lo spazio è stata una delle sfide più grandi che abbiamo affrontato. Basti pensare che abbiamo due fotocamere a bordo, il computer di bordo, oltre al sistema propulsivo che ci servirà per restare vicini al secondo stadio del razzo della NASA.



GR: Dal punto di vista elettronico, quali sono le difficoltà di costruire una cosa così piccola che deve fare un lavoro così complicato?

E: Sicuramente le difficoltà non sono mancate, anche perché ArgoMoon è un nano-satellite più intelligente del satellite medio, e questo proprio per il suo profilo di missione. Dovrà operare in tempi brevissimi e in totale autonomia per rintracciare la navicella NASA e inseguirla. In più abbiamo i vincoli di volumi e masse, ovvero abbiamo tutto il computer di bordo compresso in uno spazio di 100x100x50 mm (mezza u). Inoltre abbiamo problemi di carattere ambientale, perché andando ben oltre lo scudo della Terra avremo un’irradiazione cosmica molto forte, quindi abbiamo dovuto progettare tutti i sistemi elettronici in modo che fossero in grado di sopportare il costante flusso di radiazioni che li investiva. 

GR: Fra l’altro se non sbaglio, siccome deve andare nello spazio, non potete utilizzare le ultime tecnologie, no? Devono essere tecnologie consolidate.

E: Assolutamente, dici bene. Negli ultimi anni questo aspetto è migliorato un po’ ma solo per quanto riguarda i cubesat che viaggiano in orbita bassa, ovvero per missioni che volano molto vicino alla terra. La nostra ha un profilo totalmente diverso da quelle solite per piccoli satelliti, andremo in volo translunare. Quindi abbiamo dovuto lavorare su un satellite che è molto simile a un cubesat didattico: una tecnologia quasi da satellite pesante, caratteristica delle sonde quasi da esplorazione spaziale profonda, destinate a viaggi interplanetari molto più duri da affrontare. 

GR: Un’ultima nota di orgoglio nazionale se volete. Tutto questo è stato progettato e costruito in Italia?

A: L’idea stessa è nata nella nostra azienda torinese, quindi tutta italiana, ed è l’unica italiana a bordo di questa missione, l’unica che la NASA ha selezionato nel nostro paese. Fin dalla decisione degli obiettivi di missione e la progettazione di tutti i sottosistemi nel dettaglio, abbiamo cercato fornitori che fossero italiani, quando non ci siamo occupati direttamente della realizzazione del pezzo. Dove non trovavamo italiani ne cercavamo europei, c’è solo qualcosina dall’America. L’intento è di portare di nuovo l’Italia nello spazio alla grande, e questo è qualcosa che anche l’Agenzia Spaziale Italiana ha premiato.

GR: Quindi quando vedremo questa meraviglia andare nello spazio?

A: Ci sono dei rumors che dicono che il lancio sarà spostato al 2019, doveva essere fine 2018, però siamo in corsa per arrivare a questo lancio. 

GR: Grazie ad entrambi della chiacchierata!

Grazie a tutti voi!

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