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Jessica Jones: mi sforzo di migliorare me stessa

Abbiamo visto la seconda stagione sull'eroina dalla lingua tagliente, ecco cosa ne pensiamo

Nella giornata internazionale dedicata alle donne sbarca su Netflix la seconda stagione di Jessica Jones, quasi a testimoniare la volontà stessa della piattaforma di unirsi al coro giocando la miglior (e più cazzuta) carta a sua disposizione. Dopo una prima stagione che la vedeva confrontarsi con l’Uomo Porpora, alias David Tennant nei panni del suo ex aguzzino manipolatore mentale, l’investigatrice privata più misantropa del roster Marvel ritorna e stavolta il caso riguarderà il passato, il suo. Riprendiamo da dove eravamo rimasti (senza neanche un piccolo accenno al crossover sui Difensori) e si parte con l’agognata storia sulle origini dei suoi poteri. 

La trama parte tranquilla, stesa sulla tela bianca dalla showrunner Melissa Rosenberg e inizia a venir sporcata dai vari colori che sono i comprimari, gli eventi e i colpi di scena. La serie avanza a getti di vernice rossa, gialla, nera, che si adagiano a coprire i buchi rimasti e alla fine ci viene presentato il quadro dell’eroina finito. Un bel quadro ma per cui abbiamo aspettato così tanto da sgonfiare le esagerate aspettative createci. Il problema alla base della serie è il ritmo, lo stesso colore per quasi tutta la serie, alternando i diversi intrecci in una tempesta colorata che però lascia confusi più che colpiti. Si nota immediatamente l’assenza di un villain in grado di concentrare su di sé l’attenzione, in grado di essere quella grossa macchia di vernice (viola) che si oppone all’eroina in pelle nera. Ci troviamo di fronte a tanti piccoli schizzi gettati a caso che, se anche sporcano, lasciano il tempo che trovano. Tante piccole macchie facilmente dimenticabili non in grado di aderire in profondità sulla tela. 
Detto questo però la serie ha anche diversi lati positivi, sia negli interpreti che nella struttura.
Prima sfumatura promossa è la scelta di aprire gli episodi con la voce narrante di Jessica, dandoci la possibilità di entrare nella sua testa e leggerne i pensieri. L’apertura della protagonista crea un punto di contatto con lo spettatore e ci rende partecipi dell’indagine, del caso, proprio come se fossimo noi in prima persona a indagare. Percepiamo le battute grezze da appostamento, la fatica e l’insoddisfazione di trovarci di fronte ad un vicolo cieco, i vecchi detti rispolverati per l’occasione e ci ritroviamo a leggere il diario dell’investigatrice senza accorgercene.
Seconda sfumatura di merito rimane la colonna sonora, già lodevole nella prima stagione, che unita ad un’ottima resa di New York e delle sue zone più sporche, ci gettano senza pensarci nei sudici bar notturni e nei vicoli che profumano di immondizia e corruzione.
Terza sfumatura è la diminuzione delle scene d’azione, non adatte allo scheletro dato alla serie. Si pensa di più, si discute di più, si investiga di più e si agisce di meno, dando la possibilità ai personaggi di non essere solo un paio di braccia muscolose o poteri fuori scala. Il cervello prima dei muscoli.



La macchia Jessica Jones è ancora la protagonista del quadro e della serie. Krysten Ritter è perfetta nella parte dell’investigatrice arrabbiata. Trasuda misantropia ad ogni inquadratura, ad ogni battuta, ad ogni sorso d’alcool. Proprio per questo suo “caratteraccio”, che non perde occasione di ostentare, è più vera quando se ne trova privata, davanti a situazioni che lei stessa non avrebbe mai potuto immaginare. Si percepisce la lotta interna, si percepiscono i suoi limiti, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra quello che avrebbe dovuto fare e quello che ha fatto, e ne porta addosso i segni come fossero cicatrici. Li si riconoscono nello sguardo scuro, nel broncio quasi abbozzato e nel non voler accettare la sconfitta fino al fischio finale. 

In questa seconda stagione però è anche il momento dei comprimari (Trish, Malcolm e Jeri in primis) che hanno la possibilità di essere approfonditi e iniziano a prendere le loro vie, indipendenti dalle azioni di Jessica. Hanno più spazio sulla tela e iniziano a raccogliere colore.
La serie, per concludere, è dipinta con colori scuri e colori chiari, in un’alternanza di sfumature confuse, ottenendo comunque una valutazione artistica superiore a quella di Luke Cage e Iron Fist. L’unico grave errore di Netflix è aver dato vita ad una serie come Daredevil con cui poi, irrimediabilmente, paragonare le altre. 
Jessica Jones è una serie che stanca per parte della stagione rendendo inutile lo standard dei tredici episodi, ma nonostante ciò regala un nuovo pezzetto del personaggio, finemente dipinto dall’attrice e dalle atmosfere, che ci costringerà ad essere curiosi per un’ipotetica terza stagione.

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