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I can speak: la forza nelle parole

Difficoltà linguistiche, importanti verità e un pizzico di ilarità

Alcune cose accadono per caso e magari ti insegnano anche molto più di eventi accuratamente programmati.
Come, per esempio, guardare un film su un aereo durante un lungo volo.

Scegli quasi in maniera svogliata, casuale e fai partire il titolo che pensi ti farà fare due risate o, nella peggiore delle ipotesi, che ti aiuti ad addormentarti.
Ti imbatti in un lungometraggio coreano, abbastanza recente e dall'aria leggera.
C'è una poco adorabile vecchina che passa il tempo a lamentarsi e un impiegato statale impomatato la cui passione è seguire le regole.
Gag più o meno esilaranti, momenti di tenerezza legati ai problemi familiari dei vari protagonisti e poi, ad un certo punto, arriva l'inaspettato colpo al cuore.

Sì perché “I can speak” ( 아이 캔 스피크 ) film del 2017 diretto da Kim Hyun-Seok è molto più di quanto sembri.
È una storia che racconta il dolore, la vergogna, l'annientamento dell'essere umano.
Ti accompagnia un passo alla volta verso alcuni terribili avvenimenti storici di cui spesso pochi sanno qualcosa, e poi ti dà uno spintone per fartici cadere dentro completamente.

Cosa si fa con quei ricordi che vorremmo ci strappassero dalla memoria ma che allo stesso tempo potrebbero essere fondamentali per il cambiamento del mondo?

Sebbene si abbia già parlato delle Comfort women in passato (link) la questione è bene che non venga dimenticata. Si tratta di donne sfruttate dai soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale per soddisfare i bisogni sessuali che li coglievano tra uno scontro e l'altro.
Non paghi del trattamento che hanno riservato loro, il governo non ha mai espressamente riconosciuto l'errore dei suoi uomini e spesso è stato anche dichiarato che le stesse si offrivano ai soldati in cambio di soldi e cibo.
Vittime ne erano donne coreane, cinesi, filippine, ma pare che non si limitassero a loro ma fossero coinvolte anche thailandesi e molto probabilmente delle olandesi.
Uno dei tanti elementi oscuri della storia giapponese, una ferita ancora aperta, come vuole testimoniare il film.



Na Ok-boon, la protagonista, è bloccata dai dubbi e dalla vergogna, ma non solo.
Le mancano le parole.
Conoscere una sola lingua la mette nella condizione di non essere in grado di parlare per sé davanti al mondo, di doversi mettere nelle mani di interpreti, traduttori e di conseguenza di non sapere se ciò che viene riportato sia esattamente quello che lei voleva trasmettere.
La barriera linguistica  ci imbavaglia, ci rinchiude in una stanza dalle pareti di vetro: si osservano le altre persone rivolgersi a noi senza poterle davvero raggiungere.
È frustrante e insopportabile.
Soprattutto quando si custodiscono verità di una grandezza tale da superare noi stessi.

Al di là della conoscenza di lingue diverse da quella che parliamo dalla nascita, il sapersi esprimere e il potersi esprimere sono elementi fondamentali per la completezza e la realizzazione dell'essere umano.
Una capacità da non sottovalutare ma da coltivare e custodire.
Ma soprattutto non bisogna mai temere di esprimersi, di far sapere agli altri cosa si pensa, perché anche attraverso la comunicazione è possibile essere in qualche modo liberi.
Si comincia da lì.

"I can speak" è sicuramente un film che vale la pena di essere visto.

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